Chinatown a Prato al tempo del Coronavirus

Il Virus fra Primo e Secondo Sistema di Segnalazione

La comunità cinese di Prato conta ufficialmente circa 25.000 componenti; da aggiungervi, in numero imprecisato, i non censiti. È considerata la più grande comunità cinese d’Italia e una delle prime d’Europa. Jerry Hu è un giovane cinese assai presente sui social. I suoi interventi sono in buon italiano, in uno di questi dice: “Insomma, ma vi siete mai chiesti perché nella nostra grande comunità non c’è un solo cinese colpito dal virus?”

Cominciamo con un po’ di chat con le quali comunicavo il mio pensiero.

25 febbraio, un intervento su wechat per il gruppo di una scuola cinese di Prato:

A mio parere stiamo vivendo una grande montatura. Una semplice influenza uccide 500.000 persone in un anno e ciò malgrado la vita di tutti continua regolarmente.”

Lo stesso giorno su whatsapp scrivevo:

La vera pandemia viene dall’infezione della comunicazione”.

Il 5 marzo in una delle mie chat arriva un video del dottor Raffaele Morelli, noto psichiatra. Il suo intervento mi appare molto saggio, cosa dice?

L’ipotalamo al nostro interno esiste dal tempo della nostra paura primordiale e continua a mandarci messaggi, a spaventarci. Ma lo spavento ci indebolisce, abbassa le nostre difese. Ergo: non dobbiamo avere paura, dobbiamo divertirci, fare ciò che ci piace.

Malgrado il dottore mi ispirasse fiducia non potevo però condividere il suo consiglio. Ho quindi postato ciò che segue:

“Dire che l’ipotalamo ci fa indebolire le difese immunitarie non elimina l’ipotalamo, né il suo funzionamento. Pensare di ridurre il funzionamento di un organo involontario con la forza di volontà spesso ottiene l’effetto contrario. Inoltre il discorso del dottore si rivolge agli individui invitandoli a tornare bambini, ma il problema riguarda la gestione dell’insieme sociale e l’insieme richiede misure generali alle quali i livelli di consapevolezza individuali (inefficaci a mio avviso anche a livello individuale) non hanno alcun peso.”

Fra i primi due interventi e il terzo c’è un cambiamento di prospettiva: nei primi due si invita a fregarsene, nel terzo si valuta l’importanza di misure generali e si snobbano quelle individuali. Siccome l’autore sono sempre io, la diversità di posizione va legata al cambiamento di data: in pochi giorni ho avuto una sorta di conversione. Da cosa può esser stata determinata?

Sicuramente dall’insistenza di tutto il sistema informativo. Se fossi un Pavloviano direi che il Secondo Sistema di Segnalazione (la cultura) ha avuto un gran peso. Ma, sempre da Pavlov, sappiamo che il Secondo Sistema di Segnalazione non durerebbe a lungo se non fosse rinforzato dal Primo Sistema di Segnalazione, cioè dal rapporto con la realtà.

Al mio primo intervento su wechat mi fu risposto molto semplicemente con un video che mostrava la gravità della situazione in Cina. Continuai a restare piuttosto scettico (il Secondo Sistema di Segnalazione manteneva il sopravvento). Ciò che mi allontanava dal prendere la comunità cinese sul serio, era proprio la compattezza del loro comportamento; tutti i cinesi che conoscevo, anche i più aperti e occidentalizzati, agivano come un sol uomo: le scuole venivano chiuse, le loro attività produttive pure, lavoratori, genitori, figli, tutti si rinchiudevano in casa e quando erano costretti a uscire fuori non lo facevano, nessuno, se non con mascherine e guanti.

Jerry Hu è un giovane cinese assai presente sui social. I suoi interventi sono in buon italiano, farcito di parolacce che Jerry gestisce in modo naturale (le parolacce dette in un’altra lingua, per chi le dice, hanno sempre un peso leggero). Più o meno intorno al 3 o 4 marzo sentii un suo intervento: “Insomma ma vi siete mai chiesti perché nella nostra grande comunità non c’è un solo cinese colpito dal virus?” Una mia esclamazione mentale: ma davvero nessun cinese?

Jerry continua: “Semplicemente perché la comunità cinese, tutta, segue ordinatamente un protocollo di comportamento che è l’unica strada per evitare il contagio.” L’osservazione faceva parte della realtà, quindi colpì il mio Primo Sistema di Segnalazione e cominciai a vedere in modo diverso il comportamento compatto di questa comunità che prima avevo snobbato. E cominciai a pensare che l’unica soluzione dovesse essere generale e non lasciata ai singoli individui.

Una via della “chinatown” di Prato